
a cura di Fernanda Pivano.
L’umanità tutta è fatta di persone, tutte e ciascuna diverse nei propri convincimenti e nelle proprie scelte, nel modo di guardare il cielo e di immaginare le radici di un albero, nel cercare la pace e nell’accettare infine il proprio destino. E l’umanità intorno a noi è fatta delle loro storie, di aspirazioni e di fallimenti, di malintesi e di menzogne, di paure e mediocrità, e coraggio. Nelle metropoli e nei villaggi, oggi come ieri, qui e adesso come a Spoon River tanti anni fa.
Un caleidoscopio infinito e continuo di sentimenti e speranze perlopiù infrante, una ragnatela di percorsi che a volte non si allontanano mai e altre volte ritornano a casa da distanze infinite, percorsi lunghi e magari sereni, o percorsi tortuosi nelle difficoltà, oppure percorsi a volte ingiustamente brevi. Si intersecano, si influenzano e si modificano l’un altro in un apparente caos nonostante i tentativi di mettere regole e di provare a definire la via giusta, per tutti e almeno un poco.
Ma una via giusta non c’è. Ogni scelta, ogni storia, ogni vita ha una sua spiegazione che a raccontarla in prima persona sembra perfettamente plausibile, ‘makes sense’ come avrebbero detto laggiù. Ogni dolore e illusione, ogni assurda follia e persino ogni quieto vivere ha la sua ragione di esistere ed è un pezzo, né più né meno di un singolo pezzo, in un puzzle infinito. Ogni pezzo che alla fine vale uno, ogni pezzo che è grande e dura più o meno come gli altri.
Con queste riflessioni generali e certo poco originali, mi son trovato alla fine di questo bellissimo e lungo viaggio insieme agli abitanti di Spoon River lì sulla collina dove Edgar Lee Masters li ha ritrovati. Riflessioni generali sull’umanità tutta che però, e qui forse sta il genio, nascono da infinite singolarità. Osservandole da vicino, ascoltando le loro voci e i pensieri mai espressi, scoprendo che non ci sono eroi o furfanti ma solo uomini e donne. Soli, sinceri e disillusi.
Io non ricordo da quanto tempo volevo leggere di Spoon River, forse da sempre, sicuramente da quando De André me lo fece conoscere. E mi fece, e ci fece, innamorare di quelle storie, uniche e universali, di quelle vite comprese in pochi versi, fatte empaticamente nostre. Il medico altruista costretto a vendersi, il giudice frustrato e vendicativo, il malato di cuore e il matto incompreso, il mio chimico solo e infelice, la scelta irresponsabile e serena del suonatore Jones.
Finalmente e di nuovo vi ho incontrato, finalmente mi avete parlato ancora, occhi negli occhi, anima con anima.
Finalmente.
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Anche su Goodreads (10/01/2022) al link:
https://www.goodreads.com/review/show/4357062080