Muri e diversità

Muro (Berlino, 1990).

Mentre il mondo inevitabilmente si restringe ed entra nel nostro quotidiano con le sue diversità, le comunità un tempo privilegiate si smarriscono e cercano di opporsi. Difendono quegli antichi privilegi, ma per mantenerli devono perpetrare soprusi economici ed umani ai danni degli ultimi arrivati. Sono in realtà tempi di meccanismi complessi e contraddittori, in cui i nuovi lavoratori provenienti da quel mondo minaccioso sono sia vittime primarie del nostro sistema economico sia chiamati responsabili della povertà generalizzata e dell’incertezza di un futuro senza precedenti e quindi imprevedibile.

Di fronte a queste contraddizioni, le persone più semplici sono le prime a smarrirsi. Più che cercare di comprendere le reali cause di queste nuove povertà, prevale il bisogno di individuare un facile colpevole da cui difendersi. Il responsabile deve essere facilmente riconoscibile, deve essere diverso, avere un marchio. E ci si ritrova così in tempi di distinzioni, di noi e loro, di intolleranza sempre meno civile. Più sei smarrito, più fai fatica a comprendere il valore della diversità e delle potenzialità di crescita che ne derivano e, se i fenomeni di integrazione sono troppo repentini e non ben gestiti, più hai paura.

Coloro che aspirano al potere principalmente tramite la manipolazione della pubblica opinione lo sanno bene, e fanno di questa paura del nuovo e del diverso lo strumento micidiale della loro scalata. La sollecitano, la ingigantiscono, fanno si che prenda il sopravvento sulle altre considerazioni. Ed infine, da noi e altrove, la portano nei palazzi e la formalizzano in leggi. Pian piano, la civiltà inclusiva e dei diritti fondamentali dell’uomo faticosamente costruita nel tempo si smarrisce rovinosamente. Si tornano a costruire quei muri che già un tempo ci proteggevano dal resto del mondo, e sopratutto dalla diversità.

Ma non è così che si può arrivare laddove siamo inevitabilmente destinati, ed è solo questione di tempi. Come i vasi comunicanti, come due gas che si incontrino, nulla potrà fermare il naturale mescolarsi delle culture e dei popoli di questo mondo, è una questione di entropia. E allora, più che rifugiarsi nella torre, occorrerebbe prepararsi, gestire questo gigantesco e complicato processo in modo che sia il più possibile indolore, e magari anche fruttuoso per la comunità. Costruire muri contro l’inevitabile è evidentemente uno spreco di risorse, dovremmo trovare il modo di arricchirci tutti nell’incontro con la diversità.

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Se poi volete immergervi in una bella storia di diversità che si incontrano e si amano pur nelle difficoltà, vi suggerisco il bel romanzo di Romain Gary dal titolo ‘La vita davanti a sé’ lasciandovi con le mie impressioni sul libro.

Da Goodreads su “La vita davanti a sé” di Romain Gary

Una carezza e una speranza per cuori stanchi

Gary ci ha raccontato vent’anni prima di Pennac la banlieue parigina multietnica ed emarginata, e nonostante tutto organizzata ed autosufficiente, adattatasi in armonia alle differenze culturali e al di sopra della morale corrente, eppure a modo suo morale e intimamente perbene. Non cinica ma tollerante e pratica, non aggressiva ma amorevole e paziente. E già così sarebbe una cosa interessante. 

Ma il confronto con Pennac per me finisce qui, perché le emozioni trasmesse da ‘La vita davanti a sé’ sono altre, sono più profonde e personali. Il racconto di una vita difficile vista con gli occhi di un bimbo, per quanto smaliziato e con tutti i limiti che egli ha nel comprendere la logica delle cose e le vite intorno a sé, ci accompagna in una serie infinita di riflessioni sui valori veri, sulla vita e sulla morte. E gli affetti.

Un caleidoscopio di sentimenti, più o meno espressi ma manifestati, su cui ci si trova a indugiare e riflettere con sorpresa ed ammirazione per chi è riuscito con pochissime parole a cristallizzarli davanti nei nostri occhi di uomini e donne fortunati. La vita, amara e ingiusta, eppure ancora la vita, redenta e glorificata da premure ed attenzioni, dal rispetto e dall’amore nelle sue forme più inaspettate.

Momò e Madame Rosa, il dottor Katz e Madame Lola dal pomo d’adamo, il vecchio Hamil ed il potente N’Da Amédée, Waloumba con la sua tribù ed i fratelli Zaoum su e giù per le scale, tutti insieme non pensano alle diversità, ma a come rendersi utili l’un l’altro. Affinché un’anziana ebrea possa proteggere il suo piccolo mussulmano fino alla fine, e questi possa curarla come e più della madre mai avuta.

Per commuoverci di fronte a tanta umanità, là dove nessuno avrebbe sospettato di incontrarla. Lasciandoci ad ogni pagina con un pensiero sospeso, una dolcezza amara e reale, col rispetto e l’affetto che la vita, quella vera al di là delle ciance, suscita anche ai più cinici e disincantati. No, non a quelli insensibili e malvagi, ma a quelli che la vita ha piegato, ma conservano ancora con se la scintilla, stanca ma viva.

Roma, 3 Luglio 2018 – Leggimi anche su
https://www.goodreads.com/review/show/2428640981

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