Viaggiando

Viaggiando, con Gaetano (Shanghai, 1991)

Viaggiando ho visto.

Ho visto grattacieli che non esistono più dalla cima dell’Empire State e il vapore uscire dalle griglie della metropolitana di New York mentre tremavo dal freddo, alligatori saltare dall’acqua di un bayou in Louisiana e ho visto cucinare uno scoiattolo alla brace, ho pregato in circolo per il Thanksgiving e ho raccontato l’Italia ai bimbi delle elementari, ho ascoltato il jazz per le piazze di New Orleans e raccolto monete di plastica dai carri del carnevale, ho accarezzato i discendenti dei gatti di Hemingway a Key West e ho avuto paura nei quartieri malfamati di Houston o di notte attraverso raffinerie deserte, ho giocato a pallone davanti alla mia università in New Hampshire tra imprecazioni in mille lingue e ho portato il caffè dalla finestra dell’amica argentina addormentata che mi invitava ad abbracciarla, ho ammirato infinite distese di grano per ore e alberi dalle acque della palude coperti di piante parassite che ne facevano arte, ho ammirato le luci di Chicago dalla cima di un grattacielo e ne ho assaporato i granchi giganti, la bellezza delle case di mattoni di Boston e quella dei Monet di Philadelfia, ho baciato donne di colore bellissime e accarezzato capelli rossi irlandesi e ammirato opere d’arte tatuate dal collo alle caviglie.

Sono stato perquisito dieci volte nella sala d’attesa deserta di un aeroporto di Bogotà dagli stessi soldati e ho ammirato l’oro di artisti precolombiani passando attraverso una porta d’acciaio rotonda spessa quaranta centimetri, ho calpestato le stesse pietre della piazza di Allende e Pinochet e ho ammirato come loro gli stessi monti che circondano Santiago, ho schiacciato zanzare che mi mordevano in barca sulle acque di El Tigre e ammirato superbi ballerini di tango male in arnese per i vicoli di San Telmo a Buenos Aires, ho ascoltato come Brigitte Bardot la bossa nova per la Rua Pedrosa di Buzios e mi son seduto a Rio sulle panche dove Jobin compose ‘La garota de Ipanema’ e dove sedeva anche Vinicius, ho ammirato la bellezza sconvolgente delle bionde del sud del Brasile di origine tedesca e il sorriso irresistibile delle mulatte sulle spiagge di Copacabana, sono rimasto incantato a Città del Messico davanti alla Piedra del Sol mentre me ne raccontavano la funzione di calendario e ho cercato in tutti i modi di non dire al capo che quelle che stavamo mangiando con tanto gusto in quel ristorante esclusivo erano delle uova di formica gigante o che quella crema scura era ottenuta da una pianta parassita del mais. Non la prese bene.

Ho amoreggiato con una dolce interprete nell’orto di una residenza recintata a Jinshanwei nascondendoci dalle ronde delle guardie armate e ho flirtato poi con le stesse che ne presidiavano ogni piano e i cancelli, ho perso la mia più bella partita di calcio contro una squadra di ragazzi cinesi felici di aver battuto i campioni del mondo e ho richiesto libri proibiti per le librerie di Shanghai, ho comprato per due soldi camicie di seta e maglioni di cashmere da regalare a casa e sontuosi mahjong di bambù e avorio da conservare, ho attraversato in macchina piantagioni infinite in Thailandia e ho sbattuto la fronte già ustionata contro la barriera corallina inseguendo pesci bellissimi, ho chinato il capo con rispetto di fronte al Buddha di smeraldo e mi sono fatto raccontare la storia del Ramakien rappresentato dagli affreschi nel palazzo reale di Bangkok, mi sono ubriacato di soju in Korea scambiandolo per acqua minerale fresca e ho provato a mangiare il kimchi pur sapendo che si trattava di foglie di cavolo andate a male, ho imparato a salutare ponendo le mani sul petto alla giusta altezza e a non indicare le persone con i piedi e a non toccarne mai il capo, ho imparato a sorridere sempre come forma di dolce educazione.

Sono stato travolto da mille odori e mille immagini all’uscita dell’aeroporto di Mumbai e ho imparato a riconoscere la infinita cortesia negli ondeggiamenti del capo e nell’accento di ogni indiano, ho imparato a comprendere il rispetto per gli animali che intralciavano la nostra strada e ho mangiato con le mani cibi che non potrei descrivere, ho imparato in Africa a non cadere in avanti mentre il dromedario si alza e ho imparato a cavalcare senza alcun maestro i cavalli nelle oasi di Djerba, ho ammirato colossei e case sotterranee e moschee infinite e sinagoghe e laghi salati a un passo dal deserto e il deserto all’alba in tutta la sua luce, ho mangiato alla berbera e ho bevuto tè caldo in ringraziamento, e ho negoziato fieramente il prezzo di una scacchiera nella medina di Hammamet divertendoci entrambi, ho rischiato l’arresto all’aeroporto di Tel Aviv spiegando male le ragioni del mio viaggio e sono rimasto affascinato dall’avvenenza fiera delle soldatesse armate per le strade, ho osservato kilometri e kilometri di filo spinato che separavano i quartieri bianchi e neri a Johannesburg in un Sudafrica finalmente riappacificato e praticamente ancora segregato e ne ho ammirato le distese infinite e i cieli limpidi e, loro sì, senza confini.

Ho giocato il doppio in coppia con la possibile suocera a tennis in Germania senza sapere che ‘prima’ vuol dire in realtà ‘bravo’ e ho passato il confine della DDR così tante volte da non averne più timore e l’ultima volta non me ne sono neanche accorto, ho fatto una fila interminabile al primo ristorante aperto a Praga dopo la caduta della cortina di ferro e ho bevuto birra nelle bettole sorprese dalla nostra presenza e ho dormito in alberghi con vista sulla miniera di carbone dismessa, ho imparato i diversi livelli di uva passita nel Tokaji e ad amare il sapore del goulash in Ungheria, ho scoperto la differenza tra i bagni per gli ospiti stranieri e quelli per gli operai delle fabbriche in Slovacchia, ho ammirato i tre ponti e la fontana dei tre fiumi di Lubjana e ho ascoltato con una amica felice le poesie della rivoluzione che si stava svolgendo, ho ammirato le volte della metropolitana di Mosca in cui mi ero perduto e ho sbirciato per riuscire a vedere il presbiterio delle chiese ortodosse del Cremlino, ho bevuto vodka prima di lanciarne il bicchiere nel camino e ho preso la mia porzione di carne flambé da una sciabola serba nei ristoranti di Anversa, lì dove salutavo ogni giorno le ragazze nelle loro vetrine a luci rosse mentre andavo al lavoro in fabbrica.

Ho visto sassi di lava ardente cadere lungo la china fino al mare di Stromboli e ho rischiato di perdere l’ultima funivia prima della notte dal rifugio Lagazuoi sulle Dolomiti, ho attraversato laghi sotterranei in immersione per raggiungere la fine della caverna e ho scalato le mie piccole pareti verticali senza neanche farmi male, ho perso i miei riferimenti e li ho ritrovati cercando di raggiungere la cima del monte Marsicano al centro del parco e ne ho ammirati i lupi e i camosci e non sono mai riuscito a vedere un orso, mi sono bagnato fradicio con la cascata più alta d’Europa e ho capito cosa significa ‘quartiere’ scoprendo i terzieri di Narni, ho ammirato sorpreso le mura etrusche di Amelia e le chiese del barocco leccese, ho amato ogni volta il Cristo del Mantegna a Brera e non dimenticherò mai lo Chagall incontrato a palazzo Pitti nel mio primo viaggio, ho calpestato l’albero della vita di Otranto e ammirato la vita dei giardini di Ninfa, ho fatto il bagno nel vulcano di Martignano e scuffiando ogni volta alle mie lezioni di vela in Calabria, ho amato trovarmi nella nebbia davanti ai leoni di Ferrara e a Mantova, ho amato Venezia e le sue isole e fatto mille volte da cicerone agli amici per i vicoli di Trastevere e la Roma barocca che amo.

Ho visto questo e altro, felice ogni volta. E oggi, che di tempo rimasto ce ne è meno, ancora più felice di averlo fatto. Oggi che rifarei tutto, che farei di più, di nuovo e meglio, forse per condividerlo con chi insieme ne sarebbe sorpreso ed entusiasta. Come un bimbo a una fiera, ad un luna park dalle mille luci e dalle mille voci. Un ricordo in comune da custodire poi gelosamente, da ricordare ogni tanto, magari e soprattutto nei momenti più difficili. Magari in momenti come questo. Perché il viaggio è vita, anche se non vai a raccontarlo in giro e lo tieni per te. Anzi, è parte di te e lo è sempre stato. Se sei ciò che sei è merito suo.

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