儿童 (ér tóng), bambini

Mamma e bimbo (Shanghai, 1991).

Per lavoro ho avuto la grande opportunità di vivere per lunghi periodi all’estero non come turista, ma vivendo il quotidiano e conoscendo le persone da vicino e con loro la cultura. E non in città maggiori, ma il più delle volte in provincia. Tra i vari luoghi, uno particolarmente interessante era la Cina degli anni 90. Di sicuro molto diversa dalla versione cosmopolita di oggi e perciò ancora più interessante. Nei 6 mesi che vi trascorsi e nelle lunghe ore di pausa, scrissi cose per fissare quei ricordi, alimentati dalla curiosità e dalla fascinazione per un mondo così diverso. Ad esempio, per ricordare i bambini.

“Nell’imparare i primi ideogrammi è utile associarli a concetti, così da ricordarli meglio, sia a livello grafico che nella relazione tra i simboli degli ideogrammi composti. Tra i primi che si incontrano c’è 好 (hao), ossia il ‘buono’ usato anche nel saluto (ni hao, tu buono). E’ un carattere doppio composto dagli ideogrammi 女 (nu) e 子 (zi) che sono rispettivamente ‘donna’ e ‘figlio’. In Cina quando pensi ad una donna e suo figlio pensi al concetto di buono, e questo dà già una’idea di quanto i cinesi amino i loro bambini.

Stamane, per esempio, guardando dal balcone ho visto una donna passeggiare col suo bambino sotto al nostro albergo. Lentamente, serenamente, ogni tanto la donna offre qualcosa da mangiare, forse un dolcetto. Uno di questi è caduto dalle mani del bimbo, si son fermati ed il bambino saltella ora di fronte a lei per averne un altro. E lo riceve. Non ho mai visto strattonare un bambino in Cina né mai ne ho visti sgridati.

Sono sempre allegri, e belli. Sorridono, viaggiano davanti o dietro le biciclette dei loro genitori, o fratelli e sorelle. Più degli adulti ti fissano stupiti perché sei diverso e ti indicano col dito. I genitori ne sono orgogliosi, e se ti fermi a guardare con la macchina fotografica a tracolla, si chinano e te li offrono allo scatto, aiutano i più timidi a mettersi in posa e sorridono felici all’idea che il loro pargolo compaia su una foto in occidente.

Il loro bambino tanto desiderato, l’unico ammesso se nell’anno 2000 non vogliono superare un miliardo e 300 milioni. Dallo Stato riceverà tutto con sussidi alimentari, sconti sul vestiario, la scuola ed i libri. Ballerà con le gote colorate di rosso e canterà le glorie del partito. Un secondo figlio tra tasse, perdita dei sussidi e delle agevolazioni costerebbe circa 3.000 ¥ (yuan) all’anno, e lo stipendio medio qui è di 200 ¥ al mese. 

E’ bello vederli uscire da scuola. Quando l’altro giorno ci han portato al Grande Giardino di Shanghai siamo passati per un paese, e gruppi di bambini uscivano per le strade. Ordinati per due e col loro fazzoletto rosso al collo e le loro cartelle, erano felici come tutti i bambini del mondo in quei momenti. Riempivano la strada di allegria.

Li vedo anche la mattina qui a Jinshanwei, ed in particolare ho due immagini nella mente. La prima è di una bambina che si incammina intorno alle 6:30 verso la fermata dell’autobus col fiocco rosso, il bel vestitino scuro con la gonna ed una bella cartella a tracolla, gli occhi già svegli ma l’espressione assonnata mentre è ancora buio.

L’altra immagine è invece quella di un bambino con la madre ‘contadina’ che rientrano dalla scuola. Anche lui ha il fazzoletto rosso, ma meno pulito. Sporchi sono i suoi vestiti ed un poco anche quelli della madre. Non è soltanto lo sporco del povero che ricorda quello dei nostri ‘gitani’, ma è più legato ad una questione di differenza sociale.

La differenza tra la gente di città, chiara di carnagione e vestita alla occidentale, e il ‘country people’, dalle facce scure e grinzose, i capelli ispidi e corti ed il perenne sorriso, la schiena curva sotto al bilanciere o alla vanga, il cappello di paglia ed i calzoni corti sul polpaccio è ben evidente. Le cose restano differenti, lo sviluppo non riesce ad integrarli.

Ma questa è un’altra storia.”

E ancora oggi, quando vedo un bambino cinese che ride giocando con i suoi per le strade delle nostre città sempre più ostili al diverso, penso alla bellezza e alla dolcezza di un popolo che non tutti ancora comprendono.

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