
Mio nonno Paolo, quello più intrigante e geniale, aveva anche un brutto carattere. E a un certo punto, da anziano, non ritrovava più la strada di casa. Non era come ora, nessuno se ne poteva occupare, e fu così che senza colpe finì al Santa Maria della Pietà, il più celebre e infausto ospedale psichiatrico di Roma. Insomma, al manicomio. E ci andavamo, ogni tanto, a trovarlo, su fino a Monte Mario.
Con gli occhi di Michele, ho rivisto quei prati incolti, i padiglioni e le grate, i pigiami a righe. E rivissuto quegli odori, la pastarella con la panna e i discorsi a voce bassa di un grande uomo che nella vita aveva superato di tutto. Per finire poi umiliato nella sua infinita tristezza, solitudine, alienazione. Per lui solo irriconoscenza e inumanità, abbandono e rimozione. E le lacrime di mio padre verso casa.
Non so se Luigi si sia ispirato a quei luoghi, forse sì, e per fortuna da allora molto è cambiato. E ce lo racconta bene, mentre insieme a lui seguiamo gli anni della vita di Michele. Il cui percorso non sarà facile, dalla elettroshockterapìa al supporto psicologico, dalla dipendenza all’autonomia, esplorando sè stesso e i propri sentimenti prima che il mondo intorno. Un percorso lungo e difficile, infine bello.
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Anche su Goodreads (13/01/2025) al link:
https://www.goodreads.com/review/show/7040508831
Che bella riflessione, Roberto. Si sente tutta la profondità della storia e il peso di certe ferite che il tempo non cancella. Il viaggio di Michele sembra duro ma necessario, e il modo in cui ne parli rende impossibile non sentirsi coinvolti. Grazie per questa condivisione così sentita, mi hai fatto venire voglia di leggere il libro.
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Conosco personalmente Luigi, la sua vita non semplice e il suo modo di sentire le cose profondamente. Nei suoi libri c’è sempre la verità del vissuto e del sofferto, e il desiderio di condividerlo. In più, stavolta, c’era anche un poco del mio. Una bella lettura per più motivi.
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