Pensieri da vecchio

Ruins, rovine (Roma, marzo 2021).

Facebook ha questa cosa che ti propone ‘ricordi’, vecchi post pubblicati negli anni precedenti, e che potresti aver piacere ritrovare. Stamane mi ha proposto una cosa di quattro anni fa in cui riflettevo su come sia cambiata la nostra società dai tempi della mia giovinezza. Nei suoi aspetti comunitari e nell’evoluzione dei valori. Non considerazioni nostalgiche, ma osservazioni e preoccupazioni per le come le cose sono evolute. Di come la comunità sia sempre più marginale, di come ciascuno sia sempre più solo, cosa che la pandemia non ha certo migliorato. Leggendo queste vecchie riflessioni, non ricordavo di essere così reazionario, ma non sono sicuro di essere tutto sbagliato. Eccole le riflessioni, ve le propongo per farne ciò che credete, dal darmi inutilmente ragione e sorridere al pensare che probabilmente sono, come è anche vero che sono, solo pensieri da vecchio.

“L’altra sera, riguardando ‘Nuovo cinema Paradiso’, mi son venuti pensieri strani, che c’è chi definirà solo pensieri da vecchio, e un poco lo sospetto anch’io. Ma forse non lo sono, o almeno non sono esclusivamente quello.

Mi son venuti gustandomi le scene delle proiezioni in sala e in piazza, dove una comunità e un paese di personaggi (e tutti lo erano a quei tempi) condividevano un divertimento insieme, a prescindere dal proprio stato sociale. Così era il cinema di paese e della parrocchia, o la televisione nel bar, ma non si condivideva solo quello. Così era la scuola che ci andavi da solo (ovvero con gli altri bambini) tutti con lo stesso grembiule, ad esempio le elementari che iniziavano il 1° Ottobre dappertutto, seduti e composti e dove non volava una mosca, cinque anni con un ‘maestro’ che ti aveva visto e fatto crescere e che sapeva di te forse più dei tuoi, perché avevano tanto da fare e andavano a colloquio un volta a trimestre (forse, tanto ci pensava lui a farti rigare dritto), e che lo rispettavano sopra molti altri anche a 100.000 lire al mese. Così era l’ospedale, dignitoso per tutti e senza tante cliniche private in giro a permettere differenze cromate, con la caposala severa per tutti e le visite silenziose di un’ora al giorno con i bimbi fuori ad aspettare perché lì c’era gente che soffriva. Così era (e perdonate se non sarò intellettual-popolare) il servizio militare, che non si doveva fare la guerra a nessuno, ma si doveva vivere insieme, senza sconti e differenze, con le stesse regole terribili e senza ‘aiutini’ e riferimenti, ad imparare a contare i propri giorni e spersi in città sconosciute a conoscere se stessi, e sulle stesse identiche brande che dovevi saper rifare (almeno fino alle prime raccomandazioni). C’era il vigile che ti salutava per le sue strade, c’era lo spazzino e il suo secchio con le ruote che le spazzava anche negli angoli, c’era il bigliettaio sull’autobus che ti faceva scendere dalla porta giusta, c’era il portiere del palazzo che ti cambiava le monete per l’ascensore e giocava a carte con gli altri anziani del palazzo, c’erano i gruppi di bambini in strada senza supervisione (ma in realtà controllati da chiunque, specie dai vecchietti delle carte) e che passavano la giornata in oratorio a prendere scappellotti dal prete (che però non te la menava tanto con l’andare alla messa). C’era un senso di appartenenza alla comunità e di cose uguali per tutti, e di ciò che era sano e lecito, e non.

Poi, come con il cinema Paradiso, abbiamo buttato giù tutto per fare spazio, tipo un parcheggio che è il simbolo del nulla. Oggi stiamo meglio, non ci manca l’ultimo cellulare per isolarci anche nella metro piena e non andiamo più al cinema perché abbiamo i 60 pollici in sala. I bambini, preda di una tremenda epidemia di dislessia che ne mina il rendimento senza troppe conseguenti frustrazioni, li portano a scuola in macchina uno per uno e hanno 3 insegnanti sconosciuti sul collo (che magari durano un mese l’uno, comunque sotto lo stress dei rappresentanti dei genitori incredibilmente competenti in pedagogia, pensano loro) e possono andare in giro per la classe chiacchierando e a mostrare i vestiti costosi (e soprattutto a distinguere chi li ha, e soprattutto chi non li ha), ma non possono uscire da soli in strada perché se li mangiano. Non giocano più a pallone in strada decidendo come fare le squadre fra di loro e ‘litigando’ di santa ragione, ma nuotano in solitaria avanti e indietro tre volte a settimana se non hanno lezione di pianoforte, che loro hanno (tutti) l’arte nelle dita già dalla terza lezione nonostante la noia assoluta che mostrano. Non si fa il militare evitando quel terribile trauma di vivere un anno senza dei genitori ansiosi a proteggerti, risparmiamo sul vigile in strada che non ce ne è uno manco se t’accoppi perché tanto ci sono le telecamere per il post-mortem, le macchine pulitrici fanno finta di pulire la strada passando dodici volte sullo stesso tratto e alla larga dal marciapiedi, i vecchietti son da soli al semaforo o guardano il vuoto con badanti che non se li filano discutendo sulle panchine con le amiche o strillando in cirillico al cellulare, sull’autobus l’autista ha bisogno del vetro antiproiettile, i preti son filippini venuti a farsi lo stipendio da noi e il portiere è diventato un bel citofono scritto male, pieno di pecette e sporco.

L’ho detto all’inizio, son pensieri da vecchio, ma il cruccio in realtà non è per il tempo andato. E’ per la comunità (che si può estendere al popolo o alla nazione o quello che era) che non esiste più, ciascuno chiuso nella propria casa e nel proprio spazio che è vuoto, senza fidarsi di nessuno, senza nulla da condividere (di bello e anche di brutto, tutto farebbe brodo) e senza poter crescere insieme agli altri. Siamo più ricchi e ben nutriti e ben vestiti e più seguiti, ma temo anche profondamente molto più poveri e incapaci di fronte a tutto, senza se stessi come punto di riferimento e senza fiducia in ciò che ci circonda, senza aver imparato la capacità di affrontare le cose e risolvere da soli. Istintivamente, la paura e l’egoismo irrazionale (che è espressione evidentemente di un limite e di qualcosa che manca) diventano le uniche manifestazioni possibili.

Ecco, il pensiero (e lo sfogo) l’ho detto. Ora divertitevi pure a farmi nero… 😎

Roma, 9 marzo 2017″

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