La cattiveria

Cascata delle Marmore (Terni, 1993).

Augusto, per quasi tutti gli altri il direttore dello stabilimento, aspirò una boccata dalla sua sigarettina fina, fumata anche con un piccolo bocchino, ed il suo ufficio in penombra si arricchì di una nuova nuvola striata. Per me Augusto era come un mentore, e sapevo di potergli chiedere consigli professionali e non, al di là dei ruoli, e che lui mi considerava come fossi uno dei suoi fidati giovani protetti. Stavamo parlando del più e del meno, e di come le cose stessero andando meglio da quando mi aveva nominato responsabile dei reparti di produzione. Le mie idee sull’allineare le specifiche di prodotto accordandosi coi clienti alle caratteristiche di produzione costante e sulle modalità di recupero del fuori norma tramite la bilancia ausiliaria dell’estrusore avevano portato i parametri di qualità a livelli mai visti. Coinvolgere il personale di reparto nel monitoraggio sistematico dei diversi consumi in produzione aveva fatto scoprire tante nuove fonti di risparmio anche radicali. La riorganizzazione delle squadre in turno e delle ferie aveva ridotto di oltre la metà le ore di straordinario pur aumentando le ore di formazione. E la diffusione della cultura della sicurezza negli impianti e della professionalità tra gli operatori era stato tra i miei successi professionali più soddisfacenti. Eravamo nel periodo delle valutazioni e mi aspettavo quindi un qualche riconoscimento per me e tutto il personale dei reparti. “E’ per quello che ti ho messo lì” mi disse, “sapevo che, dopo tanti anni di immobilismo, potevamo ottenere grandi miglioramenti con un responsabile giovane, entusiasta e preparato. Roberto, sei stato bravo. Però… ti manca ancora qualcosa.” Ascoltai e sorrisi, dissimulando il lieve rammarico. Perché io forse lo sapevo già cosa mi mancava secondo Augusto.

Credo stesse parlando della cattiveria, o della grinta cattiva se preferite, quella che vive ai limiti, e a volte li supera, delle regole di correttezza. Quella cattiveria in realtà io credo di non averla avuta mai e forse fa parte di quelle caratteristiche che, se non le hai, non te le puoi dare. Ed in fin dei conti l’ho sempre saputo e magari l’ho anche scelto. Determinato si, cattivo o maligno magari no. Lo sapevo sin da quella volta alle gare sportive annuali delle elementari dove c’era da fare una serie di esercizi nel minor tempo possibile. Feci anche un canestro, l’unico tra i partecipanti, che mi assicurava un bel bonus per la vittoria. Ma poi ci fu da salire una scaletta fino in cima e ridiscenderla velocemente. La regola era di scendere ogni gradino e non scivolare nella discesa. Fui l’unico a fare tutti i singoli gradini pur se il più velocemente possibile mentre il pubblico mi incitava a scivolare giù in un attimo come gli altri, e naturalmente persi la medaglia. E lo sapevo anche all’università, dove i miei appunti erano così buoni da essere richiesti in tutta la facoltà e anche dai professori. Li distribuivo a tutti senza nulla in cambio, ma anche senza svantaggi, perché l’università è quell’ambiente ideale e che mi piace dove si può vincere tutti insieme, ed essere contenti di ciò. Meno contento invece avrei dovuto essere col tennis mentre continuavo a rimandare la palla dall’altra parte del campo nel modo più pulito possibile. Forte, di dritto e di rovescio, ma senza malizia, per continuare a giocare insieme, per continuare lo scambio all’infinito. Tecnicamente giocavo sempre meglio, ma quando c’era da fare una partita sul serio, quando c’era bisogno della cattiveria per fare punto, allora le cose non funzionavano più. Resistevo in lunghi scambi, ma alla fine sbagliavo qualcosa e dovevo soccombere.

Determinazione nella correttezza, la mia forza e forse il punto debole. Pentito di non essere diverso? Affatto. E’ così che mi piace giocare le mie partite: secondo le regole e magari nell’interesse comune. Eccellere è senz’altro tra le mie aspirazioni quando faccio qualcosa, ma per merito e senza colpi bassi, quasi nel consenso generale, senza la malizia ed il cinismo che troviamo spesso nel cammino. Malizia e cinismo che, associati alla assenza di empatia o forse solo per invidia delle qualità altrui, sono per alcuni lo strumento del prevalere al di là delle proprie capacità, ammissione evidente della propria debolezza così come del senso di inferiorità anche morale. Ed è di fronte ad avversari, come amano definirsi, di questa fattura che occorre mostrare ancor più le proprie spalle larghe, sia per dimostrare che si può ancora essere corretti e fieri di ciò sia, sopratutto, perché il mondo possa diventare un luogo più giusto ed avviato verso un futuro migliore. Utopia? Naturalmente, come al solito. E’ così che stanno andando le cose? Non esattamente, e lo sappiamo bene. Ma ciò non vuol dire che si debba rinunciare diventando infine egoisti ed insensibili, perché ciò non è nell’interesse generale della società. E neanche nella nostra indole, se non di pochi frustrati. Occorre invece resistere ancor di più nelle nostre convinzioni per fare di questo mondo il luogo che vogliamo. Nel nostro piccolo, giorno per giorno, difendendoci con forza e convinzione, riaffermando a testa alta i nostri valori. Il furbo malvagio e l’idiota buono, agenti del male e del bene, continuano da secoli e continueranno ad affrontarsi. E chi dice che l’idiota perda sempre sbaglia in mala fede come al solito. Così come a volte è vero il contrario, e anche questo lo sappiamo bene.

Ed in questa lotta infinita può succedere persino che perdano entrambi, più spesso di quanto si creda. Fa parte del gioco complicato che è la vita dove i ruoli si possono anche confondere, mutando magari involontariamente. Ma questo lo racconta molto meglio il buon Fyodor Dostoyevsky narrando del principe Myskin nel suo capolavoro ‘L’idiota’.

—ooo0ooo—

Da Goodreads sul libro
“L’idiota” di Fyodor Dostoyevsky

Della complessità umana

Così come in ‘Delitto e castigo’ era protagonista il complesso pensiero intimo e personale di un assassino umanamente folle, così ho trovato ancora la grande analisi della nostra umanità ne ‘L’idiota’. Stavolta non solo vissuta nella propria infelice solitudine, ma enormemente ampliata e sviluppata dal confronto con gli altri. Ciascuno nella propria follia, nelle proprie mille congetture personali.

E se stavolta le emozioni del protagonista non sono quelle di un malvagio assassino, ma di una personalità ingenua ed innocente, il risultato è ancora una volta sfumato. Il principe è forse troppo compassionevole e ingenuo per i suoi tempi cinici. E come in ‘Delitto e castigo’ il pazzo assassino aveva una sua dinamica comprensibile, così il buon principe idiota vivrà anche di lati oscuri e fallimenti.

Il risultato è ancora una preziosa descrizione della complessità umana. Che non sarà mai tutta oscura o luminosa perché così forse non siamo e, anche quando lo volessimo, la vita ed il suo contesto non lo permettono. Il bene ed il male, le buone intenzioni e quelle cattive si confrontano in una realtà umana più complicata. Con un risultato, in un verso o nell’altro, mai scontato.

Roma, 15 Maggio 2019 – Leggimi anche su
https://www.goodreads.com/review/show/2799738083

8 pensieri riguardo “La cattiveria

  1. Precise considerazioni caro Roberto. E complimenti per aver completato il tuo discorso con il grande Dostoyevsky . Ricordo ancora Giorgio Albertazzi interpretare in maniera memorabile e perfetta il principe Myskin. ”L’ idiota ” è stata la sua prima interpretazione televisiva che ce lo fece conoscere come uno dei nostri più grandi attori di teatro. Grazie , un post bellissimo. Sei molto bravo . Un abbraccio. Isabella PS e buon ferragosto

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