
Mo Yan è lo pseudonimo letterario che Guan Moye ha scelto per firmare le sue opere, e che in cinese significa ‘non parlare’, colui che non desidera parlare. Così gli raccomandavano preoccupati i suoi genitori ai tempi della rivoluzione culturale, quando fu costretto ad abbandonare i propri studi per diventare pastore di bovini. Studi che però poi riprese nell’esercito fino a scrivere nel 1986 questa sua opera prima, e ricevere grande notorietà anche grazie al memorabile film Orso d’Oro a Berlino che ne trasse il regista Zhang Yimou. E fino al Nobel per la letteratura nel 2012.
E nonostante Mo Yan sia considerata spesso una voce molto (troppo?) filogovernativa, le atmosfere descritte in questo suo romanzo non sono affatto lineari nè allineate alla narrazione canonica. Nella sua terra di Gaomi nello Shandong, occupata dalle truppe giapponesi intorno al 1939, dove il sorgo regna incontrastato nei campi e definisce l’identità della comunità, si consuma lo scontro senza tregua degli occupanti con le forze nazionaliste e comuniste e anche della briganteria, e di queste tra di loro, tra atmosfere alla Marquez e battaglie cruente e terribili, crudeltà ed eroismi.
In questo contesto nasce e ci illumina su e giù nel tempo e per tutta la vicenda la storia d’amore di Yu Zhan’ao, insieme brigante ed eroe nazionale, e la bella Dai Fengliang, ricca anche perché spregiudicata, umanamente sensibile e fiera. E di figli e nipoti narranti e dei mille personaggi che insieme a loro narrano di una Cina ancora antica ma sconvolta dalle vicende del mondo. Storia d’amore, coraggio e resistenza all’invasore e anche al potere costituito, ma anche spesso di violenza, dolore e morte. E cani feroci da cacciare per fame e riti magici per donare infine la pace ai posseduti.
Tutto ciò tra campi infiniti di sorgo rosso, il filo che unisce tutte le vite di Gaomi. Cibo salvifico e vino inebriante, rifugio durante i combattimenti e ornamento delle tombe, chicchi rossi tra i denti dei caduti o nei becchi degli uccelli affamati. Simbolo e tradizione immutabile, e che, invece, verrà sostituito in tempi moderni da nuove varietà ibride più corte, produttive e anonime. Non più fusti alti piegati nel vento, emersi nelle alluvioni, bagnati dalla rugiada e dalla nebbia, non più il sorgo antico. Sorgo che, come quel passato magico, eroico e crudele, scomparirà infine dalla memoria.
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Anche su Goodreads (20/03/2026) al link:
https://www.goodreads.com/review/show/8291209175