
Lungo la mia ricerca di esempi notevoli di letteratura africana, di Chimamanda avevo già letto il suo primo romanzo, “L’ibisco viola”, gran bella lettura. Una prosa appassionante e sensibile, un viaggio complesso tra le origini ancestrali di una terra martoriata dalla storia e la ricerca di una nuova via verso questo futuro che è complicato. Cercando di definire e raccontare ciò che di antico e nuovo può rappresentare l’Africa sub-sahariana nel mondo oggi.
Ma in “Metà di un sole giallo” si sale decisamente ad un altro livello. Non sono più i colonialisti a distribuire sofferenze, ma le lotte interne agli stessi stati che dal colonialismo sono nati. Seppure la responsabilità di aver voluto creare stati contenenti etnie tra loro incompatibili, come in Nigeria con gli Hausa musulmani del nord e gli Igbo comunitari del sud (oltre le altre etnie), resta e resterà comunque per sempre sulle spalle delle nazioni colonialiste.
Nel 1967 questa incompatibilità, dopo un paio di colpi di stato, sfocerà nella proclamazione dell’indipendenza del Biafra in Nigeria del sud. Naturale, forse accettabile, se non ci fosse stato un piccolo problema: nel sud della Nigeria è il petrolio. Questo segnerà la sua condanna. Fu guerra e fame, con le foto dei bambini magrissimi con le pance gonfie (che ricordo) perchè malati di kwashiorkor, la carenza di proteine nel sangue. Fu una strage crudele, e poi fu capitolazione.
Chimamanda ci riporta a quei giorni. Alla borghesia Igbo, ricca e acculturata, e alle sue speranze di libertà. Ci racconta di come però il mondo fosse contrario perché il Biafra, e la sua bandiera con la metà di un sole giallo, non dovevano rappresentare un esempio vittorioso di autonomia e libertà in un’Africa fatta di etnie ammucchiate alla rinfusa in nazioni tracciate sulla carta col righello. Erano contrari l’inghilterra, la Russia, la Cina. E l’Africa governativa tutta.
E così ci racconta di quella tragedia storica, ma dall’interno della vita delle famiglie, con gli occhi sia del popolo che della borghesia, con la vita dei villaggi e delle università. La grande storia aleggia per tutto il libro, ma sono i drammi familiari e personali quelli che ci portano per mano. Ci portano nel cuore di Olanna e Kainene, gemelle diverse, in trincea con Ugwu e tra gli intellettuali con Odenigbo, ad ammirare i vasi Igbo-Ukwu del IX secolo con Richard.
Un bellissimo romanzo, dunque, ma non solo. Una storia che è anche e soprattutto ricerca e testimonianza. E un monumento a chi ha voluto crederci e si è sacrificato. E un monito amaro per chi ancora spera e combatte nel mondo.
—ooo0ooo—
Anche su Goodreads (24/09/2025) al link:
https://www.goodreads.com/review/show/6909058812