
Decorre oggi un anno (PS: ormai quasi due) da quando Hamas attaccò a sorpresa e con inaudita crudeltà gli insediamenti ebraici al confine di Gaza, riportando agli onori-orrori della cronaca il dramma della terra palestinese contesa tra due popoli che nel tempo non hanno potuto/voluto trovare la sintesi di una soluzione pacifica nella coesistenza. Da allora, il conflitto non si è mai arrestato né le parti sembra abbiano intenzione di farlo.
D’altronde, le ragioni del conflitto hanno origini antichissime. Gelvin ci aiuta a seguirle nel tempo e a comprendere meglio come i percorsi dei due popoli si siano incrociati già dalla conquista della Palestina da parte dell’impero Ottomano del 1500 e dai polgrom contro gli ebrei nella Polonia russa del 1700. Palestinesi ed ebrei accomunati già da allora dalla mancanza di patria e autodeterminazione.
Quando poi gli Ottomani introdussero la proprietà della terra in cambio di tasse e i grandi proprietari palestinesi cominciarono a vendere la terra al miglior offerente, cioè gli ebrei, nacquero le prime tollerate comunità di immigrati. Ondate successive, anche sulla spinta delle persecuzioni zariste e poi della prima guerra mondiale, crearono i germi dell’idea sionista di edificare una patria a Gerusalemme.
Un’idea non da tutti condivisa anche tra gli ebrei, e osteggiata dalle popolazioni arabe che allora teorizzavano una grande Giordania e una grande Siria, separate però politicamente dalla Palestina dalla dominazione rispettivamente francese e inglese. Poi sopraggiunse il Nazismo, e con lui naturalmente la questione di una patria per gli ebrei in fuga divenne anche moralmente più rilevante.
In questo percorso, una delle osservazioni di Gelvin che più mi ha colpito è che il problema principale del conflitto perenne è forse quello della nascita dei due nazionalismi israeliano e palestinese che non esistevano. Non c’era un nazionalismo palestinese nel passaggio dalla dominazione ottomana a quella inglese, e non c’era un vero nazionalismo ebreo in un popolo da sempre cittadino del mondo.
Ma le fazioni più estremiste, quelle che volevano la formazione di stati indipendenti e il possesso esclusivo delle terre e delle città, prevalsero. E naturalmente si confrontarono da allora senza esclusione di colpi. I Sionisti riuscirono a far allontanare gli Inglesi e quindi a far nascere il loro Stato, e i Palestinesi divisi furono anche usati come pretesto dai paesi arabi limitrofi per attaccare Israele.
Da allora, dalla guerra del 1948 ai giorni nostri, le posizioni si sono sempre più radicate. I governi Laburisti di Israele hanno lasciato il posto ai Sionisti della espansione continua di Sharon e Netanyahu, e i palestinesi hanno pian piano assunto una posizione sempre più radicale dall’Olp laica di Arafat all’integralismo islamico di Hamas coi suoi interessi esterni. Che è più o meno la situazione drammatica di oggi.
La vicenda storica, quindi, è complessa e affatto lineare. Non tutti gli ebrei anelano alla terra santa, gli americani per esempio, e non tutti i palestinesi non vorrebbero poter continuare a vivere in una terra pacificata e prospera, israeliana o meno. E Gelvin non ha soluzioni per la pace, si limita a raccontarci dei mille e mille orrori della storia e del dramma di una terra martire. Da sempre, e forse per sempre.
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Anche su Goodreads (07/10/2024) al link:
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