L’infarto

Il mio cuore (Roma, 2006).

Giuro, questo è il mio cuore. O meglio, ciò che nella tarda serata di San Valentino del 2006 si vide di esso quando aggiunsero un liquido di contrasto nelle coronarie, le famose piccole arterie che portano sangue e nutrimento al cuore stesso in quanto muscolo. Solo poche ore prima, dopo un periodo di mesi di affaticamento per completare un certo progetto in scadenza con poco sonno e tante sigarette, ero in ritardo per vedere un certo programma in televisione, e feci le scale di corsa. Arrivai col fiato corto, ma anche con un qualcosa che mi dava fastidio nel petto, un leggero dolore cupo e persistente, più una pesantezza, come di una cosa non digerita bene. Stavo per fare la conoscenza del signor infarto.

Il malessere non passava ed altri sintomi si aggiunsero. Capogiri, un conato inspiegabile, e poi finalmente si fece sentire il braccio sinistro e sospettai con che cosa avevo a che fare. Mio fratello ci era già passato ed abitava vicino, volle accompagnarmi per un controllo al pronto soccorso, disse lui. Quando entrando urlò ‘infarto in corso!’ lì per lì mi girai cercando chi mai fosse questo poveretto, poi capii che ero io. C’è una analisi che ti dice se è vero, quella degli enzimi nel sangue ed in particolare della troponina. Queste proteine sono di norma contenute nel cuore, ma in caso di evento ischemico con la morte dei tessuti cardiaci vengono rilasciate nel sangue, e lì furono trovate. In quantità enorme.

Il seguito fu storia con me protagonista impotente e non pensante. Ci fu una nuova crisi importante, e già era stato preparato un ago lungo un palmo che vidi nel trambusto, ma fu superata coi soli medicinali. Ed il ricovero d’urgenza al San Giovanni, dove fortuna volle che, nonostante l’ora, ci fossero ancora i responsabili di reparto. Decisero che occorreva un intervento d’urgenza. E fu lì che, nudo su un tavolo freddo nella penombra, in anestesia locale, mi inserirono una sonda dalla coscia nella femorale e vidi il mio cuore, mentre il prof. Prati decideva di stappare un paio di punti col palloncino e di lasciare uno ‘stent’ (una specie di galleria artificiale) in un punto critico. E di cui mi donò poi una copia dei filmati.

L’intervento fu efficace. Quando il sangue non affluisce al cuore in quanto muscolo, le fibre muscolari non ossigenate muoiono, si dice che vanno in necrosi. Non potranno più contrarsi con le altre ed una certa capacità di pompaggio sarà persa. Occorre liberare il flusso del sangue nel minor tempo possibile, o la necrosi aumenterà. La misura di questa capacità è la frazione di eiezione, la porzione di sangue che il cuore espelle dal ventricolo sinistro a ogni battito. Stai bene con un bel 55% o più, la mia è scesa fino al 45%, scende ancora lentamente. Al secondo anno dopo l’intervento, il prof mi disse che dopo i primi due anni ci sono ottime probabilità di sopravvivenza. Fui lieto, ma forse poteva dirmelo prima.

E come sopravvive un infartuato? Come cambia la sua vita? Dal punto di vista fisico, nel caso sia stato un infarto abbastanza leggero come il mio, in realtà cambia poco. Pian piano ti riprendi, cerchi di mangiare più sano e fumi di meno, o smetti che è meglio. Hai il fiato più corto, ma ho scoperto recentemente che posso fare palestra quasi come se non avessi mai avuto problemi. Tengo alta l’attenzione ai segnali come col colesterolo e la frequenza cardiaca, e magari è meglio privilegiare l’attività aerobica evitando gli sforzi brevi ed intensi di quelle anaerobiche tipo il tennis o il calcio. Meglio una sana corsa e del nuoto con sforzi costanti che non sottopongano il cuore a stress inutili. Sta andando bene.

Il vero cambiamento però è nella testa. All’inizio c’è un momento difficile di depressione. E’ successo, sei danneggiato e sei in pericolo che accada di nuovo, non puoi fare più le cose come prima. Poi prendi coscienza della nuova situazione, scopri che con garbo riesci a fare tutto, o quasi. E ti focalizzi su due altre cose principali. La prima è convivere con la tua nuova spada di Damocle, ossia con la paura che accada ancora, e dove. In caso di infarto occorre liberare le coronarie entro i primi 90 minuti, o i danni al cuore saranno troppo vasti. Da ciò, per esempio, una repulsione per i viaggi particolarmente lunghi, come quelli oltre oceano. Direi che è comprensibile, e che dopo oltre 10 anni è anche superabile.

Più importante, però, è la seconda che ti resta fissa in mente. La sera dell’infarto potevo morire, ed anche con una elevata probabilità. Se avessi scambiato i sintomi per acidità di stomaco, come accade, e fossi andato a dormire con un Maalox, sarei morto. Se fosse accaduto durante la notte, avrei atteso il mattino, e sarei morto. Se mio fratello non avesse capito subito di cosa si trattava, forse sarei anche morto. Se il pronto soccorso avesse funzionato male mettendomi in codice giallo, se mi avessero portato in un reparto con i responsabili a casa, se qualcosa fosse andato storto durante l’intervento sarei morto. E’ ciò che si dice guardare la morte in faccia. E rendersene conto perfettamente da allora in poi.

E dal momento preciso in cui fai tua questa cognizione, tutto ciò che ti accade è come se fosse una seconda vita, un dono speciale che la sorte ha voluto concederti a prescindere dai tuoi meriti dandoti una seconda opportunità. Ogni sorriso ricevuto, ogni abbraccio sincero, ogni bacio appassionato sono in realtà gesti d’amore che la vita ti sta regalando in extra time, che non avresti mai ricevuto o dato se le cose fossero andate anche solo leggermente in modo diverso. E’ come essere in un perenne stato di grazia e di gratitudine per le cose belle che ti accadono ogni giorno nella vita e per le persone speciali che la rendono splendida. E che avresti potuto anche non incontrare. Una fortuna immensa.

4 pensieri riguardo “L’infarto

  1. L’ha ribloggato su A roman's thoughtse ha commentato:

    Sono stato dal cardiologo. Mi ha trovato in ottima forma, ma con il cuore un poco affaticato. Mi ha dato delle medicine in più, un certificato per la palestra, buoni consigli ed il solito sorriso sincero. E’ bravo il mio cardiologo…

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  2. Caro Roberto il cuore avverte ma siamo poi noi a non dover sottovalutare ciò che ci sta dicendo. Sono felice che sia tutto andato bene. Io a quarant’anni ho avuto un tia. Sono ancora qui a distanza di parecchi anni. Siamo dei fortunati che la vita ha voluto premiare con un allungamento dei giorni a nostra disposizione. Ringrazio il Signore ogni giorno per avermi concesso altro tempo. Vedremo quanto ancora ne potremo avere. Un caro abbraccio e auguri per tutto. Isabella

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